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Il grande gioco

Aggiornamento: 21 apr 2020

Strumenti innovativi per la crisi



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Dal macro al micro o dal micro al macro

L’Italia è chiusa dal 9 marzo. Il Paese si è fermato, le imprese sono chiuse, le persone rimangono a casa, diligentemente e con grande senso di responsabilità. Gli italiani hanno smentito il cadornismo atavico della propria élite, sempre pronta a rivendicare successi e a demandare al popolo bue le catastrofi. Specialmente il Sud Italia, con un comportamento esemplare, ha smentito l’autorazzismo di certa stampa italiana, e soprattutto di certa tv di cui ricorderemo per sempre il sadismo idiota nelle scandalose dirette durante gli inseguimenti all’ultimo runner.


Questo quadro che conferma quanto la storia d’Italia ha già abbondantemente insegnato, cioè che gli Italiani sopportano un governo perché sono troppi intelligenti per prendere seriamente il potere e i suoi narcisistici rappresentanti, ora si trova al punto di svolta.


Il debito pubblico monumentale e l’impossibilità di governare gli strumenti monetari rendono le prospettive economiche italiane particolarmente asfittiche. L’Unione Europa svela tutta la sua fragilità e scopre finalmente gli interessi geopolitici opposti che sono la vera ragione d’essere dei trattati tecnocapitalisti di Bruxelles.


L’Italia non si è ancora ripresa dalla crisi del 2007 per ragioni di varia natura ma anche perché il sistema produttivo ed economico sono rimasti sostanzialmente gli stessi. Oggi, a seguito di questa crisi, ci sarebbero tutte le ragioni per ripensare l’economia del Paese. Tuttavia, negli intendimenti del governo, rappresentato plasticamente dalle nomine dell’innumerevoli task forces, lo status quo intende rinnovarsi e consolidando la cesura tra un nord produttivo, legato strettamente al mondo industriale tedesco, e il Sud lasciato al grado di colonia.


Ci sarebbe da fare un’analisi anche sull’opportunità di una revisione qualitativa e quantitativa del polo industriale italiano. Rimanere al traino dell’automotive teutonico vuol dire perdere totalmente le prospettive di un’economia strategicamente solida e indipendente. Inoltre, la concentrazione della produzione industriale di una porzione relativamente piccola del territorio italiano, espone la Pianura Padana a uno stress ambientale che non è più sopportabile né per l’ambiente né per le persone.


Qui al Sud, abbiamo partecipato e abbiamo alimentato una sempre più insistita retorica del turismo come motore economico dello sviluppo che oggi, più che mai, si rivela fondamentalmente errata. Similmente, una retorica del ritorno all’agricoltura come edenico momento di pacificazione sociale e rilancio dei borghi, segue più un atavico istinto rurale che una programmata strategia dei territori che fondamentalmente rimangono il mercato di sbocco per i prodotti dell’agroalimentare.


Turismo e agricoltura a basso valore aggiunto sono i pilastri economici dei paesi c.d. in via di sviluppo, vale a dire dei paesi segnati da critiche condizioni socio economiche che, pur sulla strada di un lentissimo progresso, rimangono territori fragilissimi, seppur dotati di una limitata capacità di resilienza.


La crisi rischia di aggravare ancor di più questo quadro a tinte fosche. Il crollo del Pil siciliano, legato a doppio filo al turismo, rischia di essere devastante. Anche il mito dell’export di prodotti ad alto valore aggiunto oggi sembra segnare il passo, vista la contrazione dei consumi prevista su scala planetaria per tutto il 2020.



Il Pil italiano dal 2002 al 2019

Resilienza e immaginario

Occorre quindi ripensare l’economia del mezzogiorno con strumenti metodologici nuovi che sappiano porre le basi di una struttura diversa e molto più resiliente nei confronti della crisi perdurante e di altri shock esterni.


Questi strumenti non possono replicare strategie macroeconomiche che quasi automaticamente sono state imposte ai territori dalla fuga dello Stato e dal passo incalzante dei capitali privati. Sembra più che le c.d. leggi di mercato, siano state il paravento per una classe politica in posizione ideologicamente arretrata, se non esplicitamente al seguito, di strategie predatorie che hanno impoverito i territori delle loro risorse e desertificato interi centri urbani con una continua emorragia demografica ed economica.


La ricostruzione dell’economia meridionale, e siciliana in particolare, deve partire da altri assunti e metodi fin qui dimostratisi fallimentari. Innanzitutto, è necessario analizzare i fabbisogni dei territori attraverso un’analisi sganciata dagli indicatori classici dell’economia. Bisogna andare dentro i territori, fisicamente a contatto con le ferite e le derive dei territori stessi.


Si tratta di una metodologia che non può ricalcare né il lessico né le prassi della pianificazione economica liberista così come è stata fin qui praticata. L’acqua di cultura di questo nuovo approccio non può derivare dalle discipline e delle pratiche che hanno causato il danno. La cura deve parlare un’altra lingua, praticare un’altra medicina. La scarsità di mezzi obbliga un rimedio creativo, una soluzione diversa e fuori dal consolidato.


Trasformatorio 2018

Ho avuto il piacere di partecipare a due edizioni di “Trasformatorio”, laboratorio site specific diretto e inventato da Federico Bonelli, artista multimediale e mentor leader nel settore dell’innovazione digitale europea. Particolarmente importante è stata l’edizione 2018 di Trasformatorio, a Giampilieri, frazione del comune di Messina. Il Laboratorio che ha coinvolto 35 artisti internazionali provenienti da 15 paesi, è stato il momento centrale per testare una metodologia di relazione totalmente nuova con i territori. Gli artisti non sono arrivati nel piccolo borgo, recentemente funestato da una tragica alluvione, come un ufo. Il lavoro, di cui rimangono numerose tracce nell’abitato, è stato generato dal contatto con la comunità, attraverso un percorso di studio e relazione totalmente naturale e che ha integrato sensibilità e sguardi diversi.

La metodologia di Trasformatorio costituisce un unicum dal punto di vista artistico e culturale, ma anche dal punto di vista scientifico. Trasformatorio agisce nel territorio misurandone i valori ambientali, sociali, culturali e simbolici, saggiandone le potenzialità attraverso un’esperienza fisica, diretta. Si tratta di un modello totalmente buttom up, dove il progetto nasce modellizzandosi su quanto esiste e non, come spesso accade, cercando di imporre una visione del territorio aliena e non integrata.


La prova del nove del valore di questa metodologia è venuta da un confronto ex moenia, fuori dal discorso artistico. Durante l’NGI Ledger Bootcamp, tenutosi a Milazzo, tra l’ottobre il novembre 2019, lo staff di Trasformatorio, coordinato da Federico Bonelli, mentor e responsabile della formazione del Bootcamp, ha testato le pratiche di esplorazione territoriale, misurazione dei valori e progettazione nell’ambito dell’innovazione digitale. Durante il bootcamp, 16 start up internazionali vincitrici del bando NGI Ledger UE hanno interagito con il territorio della provincia di Messina. La relazione, spontanea e a tutto campo, ha interessato aziende, esercizi commerciali, associazioni, istituti scolastici e cooperative generando una serie di nuovi progetti in cui l’innovazione digitale nasce su misura, specificatamente ed esattamente sulle esigenze e i valori dei territori.


Catene di valori

Tutto questo rappresenta lo scenario d’applicazione di una metodologia che necessita di uno strumento in grado di valutare e scambiare valori. I valori dei territori, il loro potenziale energetico, agricolo, economico, culturale e sociale, rimangono in larghissima parte fuori dal sistema economico odierno.


La moneta quale elemento di scambio, soffre di un atavico, quanto anacronistico, principio di scarsità che limita fatalmente qualsiasi strategia resiliente. Non è mio interesse indagare le ragioni di questa miopia sistemica, certo appare chiaro che oggi tutto il sistema economico del Mezzogiorno rimane a corto di fondi e di moneta pur avendo una straordinaria quantità e qualità di risorse.


Si pone quindi la necessità di trovare altri sistemi che possano affiancare la moneta tradizionale, attraverso una maggiore aderenza ai valori e al potenziale dei territori.

Raffaella Rovida e Federico Bonelli hanno inventato uno strumento sperimentale per il design di questo strumento. Si tratta di “Le Grand Jeaux” , il “Grande Gioco”, un gioco da tavolo in cui i players sono impegnati in una simulazione di attività economiche su una porzione di territorio. Le attività economiche producono due tipi di moneta: una bianca e una grigia. Il bilancio di tutto il territorio è la somma delle monete bianche e grigie prodotte dalle attività. La partita è persa quando il bilancio è gravato da 50 monete grigie. Le monete bianche rappresentano attività virtuose che producono benessere anche per le comunità, le monete grigie vengono prodotte insieme a quelle bianche, e in proporzione alle ricadute etiche e ambientali dei territori. Si gioca tirando dei dadi, fisici o virtuali; il gioco è open source e si può giocare anche in remoto.


Lo scorso 16 aprile ho giocato on line con altri 3 giocatori: un professore universitario (PZ), una giovane imprenditrice del settore editoriale (RS), e un art advisor (GM). La partita ha avuto come scenario “Strettonia”, versione virtuale di “Messina”. Federico Bonelli è stato il “master” della partita, assistito da Raffaella Rovida, ingegnere e progettista europea coautrice del gioco. Il primo lancio di dadi ha determinato il numero di “territori” di proprietà dei giocatori, il secondo l’ammontare di monete bianche e grigie. Ogni giocatore ha destinato i propri territori a un’attività economica. Io ho scelto di aprire un centro multiculturale nei dintorni del porto, RS una casa editrice, GM una rimessa per il noleggio di barche, PZ pur possedendo numerosi territori è stato tanto fortunato da avere monete a sufficienza per far partire un’attività economica autonoma. La partita, virtualmente infinita, ha avuto la durata di circa 90 minuti. Non entrando nel dettaglio dei turni di gioco che si sono susseguiti, però è possibile sintetizzare così la partita: 1) tutti giocatori hanno cercato di relazionarsi con la risorsa del mare, attraverso attività ricreative e culturali; 2) i giocatori si sono consorziati per produrre un festival culturale; 3) l’arte brucia il grigio del bilancio comune 4) di fronte al “event card” delle Grandi Navi, produttrici di grigio, i giocatori si sono relazionati con l’amministrazione del territorio cercando una mediazione. Le regole del Le Grand Jeaux, prevedono che i giocatori possano intervenire sul governo comune con leggi e vere e proprie rivoluzioni che, sostanzialmente, non sono avvenute in questa sessione messinese.


L’esperimento ha offerto diversi spunti per immaginare la resilienza del territorio messinese, producendo anche i dati analitici di una micro economia che, attraverso il sistema binario del bianco-grigio, possa integrare e sostenere le attività virtuose del territorio. (Qui il report completo della partita).


Le Grand Jeaux è certamente un gioco sperimentale ma la sua efficacia e il suo coinvolgimento sono assai utili per immaginare qualsiasi tipo di attività economica - anche illegale - e il suo impatto nella realtà.


Di fatto, il “Grande Gioco” suggerisce anche un altro modo di scambiare i valori, in un’ottica molto più comunitaria e solidale, grazie alla trasparenza dei dati e alla responsabilità degli individui.


In questo senso, Le Grand Jeaux offre una proposta alternativa operativa per creare un’economia sostenibile generata direttamente dagli attori dei territori, in maniera sussidiaria e trasparente.


Mosè Previti © 2020

Mentor e Ricercatore per la Fondazione Trasformatorio.

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