Ezio Cicciarella: La volta pietra
- Mosè Previti
- 26 ott 2018
- Tempo di lettura: 3 min

Ezio Cicciarella ha qualcosa di pietroso. Asciutto e indurito nella figura longilinea dai movimenti controllati, eppure segretamente nervosi, talvolta seduce l’uditorio con un calore sincero ma che sa essere affettato. La sua faccia ha la luce dell’entusiasmo dei giovani e le rughe ombrose e affioranti dell’esperienza. Le opere e l’artista si assomigliano ma il linguaggio di Cicciarella vince in una sintesi di ossimori: la pietra addomesticata, il blocco unico vestito dal velo morbido e leggero di un ipotetico drappo. Lo scultore siciliano lavora in questo contrasto tra esaltazione del macigno nella sua naturale essenza e il velo suadente che il virtuosismo panneggia. Se queste velature hanno qualcosa di nettamente figurativo, berniniano, classicheggiante, l’esaltazione della materia scultorea presuppone una consapevolezza concettuale, nel solco della lezione novecentesca. Si gioca tra questi poli opposti la partita di Cicciarella. L’artista vince nell’uno e nell’altro campo, orchestra la lotta tra spirito e materia, l’eterna battaglia che conosceva bene anche Michelangelo, una battaglia dal moto perpetuo, che non può finire né fermarsi. Attaccando con lo sguardo queste opere, lo spettatore subisce una prima ritirata. Si interroga e non capisce come sono fatte. Segue la meraviglia perché egli scopre che la sostanza è una ma la forma ha fatto un salto triplo. é svelata una possibilità della pietra che l’occhio umano non può cogliere: siamo dentro le vene della terra. Cicciarella cerca questo, la perizia della mano diventa maieutica, scava con certosino dettaglio il figlio nascosto nelle viscere lapidee. Il contrasto allora può essere considerato come concettualmente meno evidente, l’artista dichiara il trionfo della materia, il parto sotto la sua regia diventa una figlia dai mille racconti. La storia geologica delle tettoniche, il corpo nascosto del desiderio, il richiamo tattile e fisico degli apriori dell’esistenza. Le sculture di Cicciarella intavolano un discorso non verbale con il nostro cervello, hanno una narrazione intrinseca che rapisce. Serpeggia in questo processo una relazione di archetipi tra lo scalpello e la pietra, il creatore e la sua creatura, il maschile e il femminile. L’uno e l’altro s’invertono di posto, alla fine l’artista pure si deve arrendere perché la scultura emancipata lo tiene a sé con l’ardore della passione, la sua insistente opera di seduzione si rivolge contro di lui. Il mito sa di cosa sto parlando, c’è anche un eco barocco che rimbomba, d’altra parte Cicciarella viene da Vittoria, che è città d’epoca barocca, che è città di maestri della pietra. L’artista però ha staccato, cammina con sicurezza avanti al suo retaggio, nella ricerca il piacere carnale del barocco sostiene l’acume intellettuale e il risultato delizia. Siamo testimoni di una sapiente opera di corteggiamento.

Ho visto Cicciarella affrontare la parete scistosa e friabile delle rocce di Giampilieri con la perizia dell’amante alle prese con una donna ritrosa. Alla fine l’artista ha vinto, ha condotto con sé, ha sedotto quindi, la materia nervosa fermandola con una grande grappa, un abbraccio sicuro da cui non si sfugge ma che già pone altre sfide, altri passi da raggiungere. È un’opera d’arte di sicura grandezza quella che non si chiude nella soddisfazione di un attimo, la scultura di Cicciarella è lì ferma eppure invita il continuo movimento dell’occhio sulle sue curve, sulla sua massa in lotta. C’è un fremito epico, primitivo talvolta. Sembra provenire da un villaggio preistorico, esisto di un rito sciamanico, la doppia pietra che l’artista ha legato con la fascia bruna: l’opera del 2015 sembra indicare i poli magnetici terrestri, l’alto e il basso dell’universo, gli estremi del campo in cui l’uomo dispiega tutti i suoi mezzi. In un’altra opera del 2016, la pietra pece sembra il corallo cresciuto sulle membra di un’antica statua greca, un reperto appena riemerso dalle profondità del mare, con tutta la magia misterica e divina del corpo smembrato e raccolto dal grembo del mondo. Questa tensione ellenica e fidiaca ha anche degli episodi più netti, Cicciarella sembra alludere all’anatomia perfetta delle divinità olimpiche, sospettiamo che li abbiamo abbia fatte a pezzi e nascoste sotto il velo lucido marmoreo: il corpo è magico, il simulacro è la casa del dio. D’altra parte queste fasce che corrono girando attorno alla materia sembrano il risultato di un rituale magico, la traduzione sulla pietra dei gesti dell’iniziato che nelle mani ha la sapienza e lo strumento per connettersi all’universo da cui discende. Siamo quindi al principio ormai varato di un artista dal grande potenziale i cui presupposti già sbocciano in sviluppi in rapida ascesa, questa mostra ne rappresenta un assaggio dalle fertili promesse.
Mosè Previti
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Testo critico per "La volta pietra"
mostra personale di Ezio Cicciarella
dal 27 ottobre 2018 al 2 novembre 2018
Cocco artecontemporanea, Messina.
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