Forza è unità. Una mostra a Pechino ci spiega perché l’Occidente è finito
- Mosè Previti
- 1 dic 2020
- Tempo di lettura: 3 min

È abbastanza imbarazzante notare come l’Occidente continui ad annaspare dietro alla totale mancanza di unità nell’affrontare la crisi del Covid 19. Questa unità di intenti è stata palese nei mesi della prima ondata, con veri atti di indifferenza o, addirittura, di aperta ostilità nei confronti dei paesi in difficoltà. Abbiamo visto quanto siano vive e combattive le nazioni e i nazionalismi, ma abbiamo visto anche quanto le élite nazionali siano condizionate dalla loro sudditanza ideologica e materiale nei confronti del mercato e dei suoi manovratori.
L’Occidente capitalista e democratico, appare sempre più un’oligarchia priva di un qualsiasi disegno strategico per il futuro dell’Europa e d’America. La sottomissione delle masse popolari all’economicismo, ai dogmi del debito e delle paranoie contabili, sta causando e causerà un indebolimento gravissimo della società occidentale. Vediamo già con quanta incompetenza si prosegua, senza alcuna messa in discussione, nelle politiche economiche pro cicliche, nella discussioni ridicole su mere espressioni matematiche e regole astruse che sono soltanto patetici paraventi di fronti allo stato comatoso dell’economia e del pensiero strategico di questa parte di mondo.
L’Occidente è in vendita insieme ai suoi valori, ai suoi diritti e, assurdo a dirsi, anche insieme alle sue migliori scoperte tecnologiche. Fa impressione sentire blaterare i ceo della Silicon Valley di futuro, progresso e democrazia, mentre praticamente tutta la tecnologia mobile e non ha uno dei suoi snodi di produzione nello Xinjiang, dove la popolazione turca degli Uiguri è costretta a lavorare in veri e propri campi di concentramento.

Oggi, dicembre 2020, l’opinione pubblica è già indottrinata all’avvento della cosiddetta alla terza ondata di Covid 19, che sostanzialmente sarà un ulteriore lockdown, i cui effetti di contrasto all’epidemia appaino sempre più tautologicamente insufficienti se non del tutto pericolosi. La gente si ammala di fame, oltre che di un sacco di problemi mentali. Abbiamo visto con quale spirito di paternalistica censura si procedesse a chiudere indiscriminatamente strutture museali, teatri e attività ricreative senza che vi fosse alcun discrimine legato alle disponibilità delle superfici e alle modalità di fruizione.
Ritenute “non essenziali” sono state chiuse produzioni teatrali e cinematografiche mentre gli studi televisivi si affollavano di virologi, attori, cantanti, nani e ballerine unificati dal triste coro pauroso intorno alla fine del mondo per Covid 19. Qui non si nega che il virus sia pericoloso e che per taluni potrebbe essere mortale, tuttavia fa veramente impressione notare con quanto caos, disorganizzazione, e sostanziale indifferenza si sia proceduto a smantellare diritti costituzionali, civili, economici, insomma si sia mandata in vacca tutta l’assetto della società occidentale mentre ad agosto del 2020 la Cina celebrava al motto di “Unità è forza”, la sua battaglia contro il coronavirus più celebre della storia.

Unity is Strength: An Art Exhibition on the Fight Against Covid-19 è il titolo della mostra inaugurata al museo nazionale di Pechino il primo agosto del 2020 e conclusasi lo scorso ottobre. In mostra circa 200 opere tra dipinti, sculture, opere di calligrafia e altri media. L’evento, organizzato dall’associazione nazionale degli artisti, era aperto al contributo di amatori e professionisti ed ha visto oltre settantacinquemila proposte da altrettanti operatori del settore.
La mostra è stata il trionfo della retorica più trita nello stile più classico del Realismo sociale. Medici e personale sanitario sono stati i soggetti principali dell’esposizione: gigantografie di infermieri esausti, volti epico drammatici di noti scienziati, poster di propaganda e colossali gruppi marmorei hanno celebrato la vittoria della Repubblica Popolare contro il Covid 19. L’accesso all’evento era consentito a 3000 visitatori al giorno, secondo una tecnologica prassi di validazione degli accessi in funzione anti Covid.
Il regime glorifica il suo successo, di cui non avremo mai effettiva e precisa contezza, nel suo più importante museo, nei pressi di piazza Tienanmen. Il Museo Nazionale cinese con più di un milione e trecento mila pezzi e un pubblico di oltre sette milioni l’anno, è secondo solo al Louvre di Parigi, da poco riaperto al pubblico.
La lezione che viene dalla Cina è amara e dovrebbe impensierire soprattutto chi è oggi chiamato a gestire l’emergenza e il futuro di questa parte di mondo. L’unità è forza e l’arte è il luogo ideale in cui il mito del presente e dell’avvenire viene forgiato. Quale prospettiva, quale percorso si prepara nell’Occidente affamato di soldi e sordo a qualsiasi progetto di progresso comune per la sua società?
Mosè Previti
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